venerdì 27 gennaio 2012

Memorie incomplete...


Giornata della memoria. Bene. Abbasso il razzismo, l'intolleranza e il fascismo. Ora che l'abbiamo detto, possiamo sentirci tutti buoni e a posto. Se invece questo incipit non ti convince, e solo in quel caso, ti esorto a continuare la lettura.

Ormai il vostro Bradipo sta invecchiando, come la Concetta di eduardiana memoria. Gli danno un fastidio incalcolabile gli automobilisti che suonano il clacson senza motivo, e i giovinastri che producono con i loro scooter truccati abbastanza inquinamento acustico da soddisfare il fabbisogno una metropoli indiana. Potrete dunque immaginare la sua reazione alle innumerevoli immagini di bambini orrendamente mutilati condivise negli ultimi giorni su Facebook, e riferentisi presumibilmente a quell'odioso crimine contro l'Umanità che è stata l'operazione Piombo Fuso. A corredo di alcune di tali immagini, diatribe demenziali in cui il cretino di turno (solo così posso definirli) scaricava su Hamas o genericamente sui "palestinesi" la responsabilità di quelle indescrivibili atrocità. 

Perchè pubblicare quelle foto nel giorno della memoria dell'Olocausto? La risposta credo sia evidente: la narrativa dominante vede Israele come una sorta di compensazione resa al popolo ebraico per le persecuzioni sofferte ad opera del regime di Hitler, e dei suoi alleati. Chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia contemporanea sa che non è così. La colonizzazione della Palestina comincia prima della persecuzione degli Ebrei, sulla spinta di un movimento, il Sionismo, nato alla fine dell'Ottocento. La risoluzione ONU del 29 novembre 1947 con la quale nasce lo stato di Israele non fa che sancire uno stato di fatto, ovvero l'insediamento, spesso con metodi violenti, se non addirittura terroristici, di un'agguerritissima minoranza ebrea in Palestina. Quella parte della storia si tende in genere a ignorarla; ad esempio, prendo ora atto che la pagina di Wikipedia sull'attentato all'hotel re David non è tradotta in italiano. Eh, ma mi rendo conto che alcuni voi in questo momento sono a disagio... Ma come, nel giorno della memoria ci mettiamo a parlare male di Israele?

Rieccolo, l'equivoco, fare capolino beffardo e sfuggevole. Israele non c'entra niente con l'Olocausto. Milioni di ebrei vivono oggi sparsi per il mondo, in condizioni infinitamente più sicure degli abitanti di Tel Aviv o Gerusalemme. I rest my case, direbbe non senza una puntina di spocchia il buon Perry Mason. 

Orbene, smontato il primo equivoco, resta un dubbio: se la storiella che vuole gli ebrei/israeliani (una confusione evidentemente coltivata dai partigiani dello stato ebraico) vittime per definizione è falsa, chi ci garantisce che quella in base a cui l'Olocausto è tutta colpa di un signore con i baffetti tanto, tanto cattivo sia vera? Non sarebbe il caso di rifletterci un po' su?

Ora vi chiedo di seguirmi per qualche minuto sgombrando dalla vostra mente la parola "antisemita", che molto probabilmente sta ora lampeggiando come un spia dell'olio. L'unico popolo nei confronti del quale ho un'antipatia preconcetta sono i francesi, perchè fumano nei luoghi pubblici e fanno sesso con eccessiva frequenza rispetto a me, che non lo faccio mai.
Bene, fra il 1596 e il 1598 William Shakespeare scrive un lavoro dal titolo Il mercante di Venezia, una delle sue commedie di maggior fortuna. Per la trama vi rimando alla pagina di Wikipedia linkata. Se la leggerete, capirete quale peso abbia nell'impianto drammatico il personaggio di Shylock; tuttora il nome dell'ebreo di Venezia è sinonimo di avidità nella cultura anglosassone, e la sua libbra di carne una proverbiale metafora dell'assenza di compassione. Sorvolando sulle ridicole accuse di antisemitismo (porca miseria, l'ho detto io) mosse da alcuni critici contemporanei a un drammaturgo vissuto in un'epoca che non ha conosciuto quella categoria, possiamo andare un attimo oltre la confessione religiosa di Shylock per coglierne un elemento realmente essenziale. Se racconto una barzelletta con dentro un napoletano, quello sarà identificato con la furbizia o con la disonestà. Nelle barzellette inglesi, gli irlandesi sono stupidi e i gallesi fanno l'amore con le pecore. Stereotipi. Come quello che vuole gli ebrei avidi e tirchi. Ma è pur vero che gli stereotipi nascono dalla generalizzazione di elementi reali. Gli ebrei vengono reputati eccessivamente venali perchè sono stati fra i primi in Europa a praticare il prestito ad interesse. Shylock, non a caso, è un usuraio. E allora smettiamo di definire Shylock ebreo, e chiamiamolo come si merita: strozzino.
La grandezza di Shakespeare sta nel cogliere la complessità di questo personaggio, farcene ascoltare le ragioni, farci percepire l'ingiustizia del trattamento che riceve dai cristiani in quanto ebreo; quello che attira su di lui il biasimo degli altri personaggi e degli spettatori però, in ultima analisi, non è la sua religione ma il suo comportamento antisociale. Vero è che l'astuzia di Porzia consente ai suoi antagonisti cristiani di umiliarlo in modo francamente poco elegante nel finale, ma è vero anche che in tribunale Shylock ci è finito per essersi ostinato ad esigere un tributo inumano. Insomma, se non fosse ancora abbastanza chiaro, questo signore è una perfetta incarnazione dello spirito del capitalismo.



Piccolo salto temporale: siamo nel 1929. Il 29 ottobre la Borsa di New York cede di schianto, dando inizio alla Grande Depressione. Poichè la globalizzazione è una realtà da molto prima che se ne cominciasse a parlare, questo evento si ripercuote necessariamente non solo sull'economia degli Stati Uniti d'America, ma su tutto il mondo. Sarà una coincidenza che l'ascesa al potere di Hitler ricevette una potente accelerazione in seguito agli effetti devastanti di quella crisi economica? Il partito nazionalsocialista sale alla ribalta con il referendum del 1929 per l'abrogazione del Trattato di Versailles, le cui condizioni avevano ridotto la Germania in ginocchio alla fine della Prima Guerra Mondiale, e si rafforza nelle successive consultazioni elettorali. Più i tedeschi si impoveriscono, più aumenta la disoccupazione, più forti si fanno le proteste e le mobilitazioni della sinistra, più consensi riceve l'imbianchino austriaco. Il capitalismo fallisce, e le camicie brune ringraziano. Ora, per i motivi suesposti, la gente era tentata di dare la colpa delle sue sciagure a due categorie di persone: i comunisti, perchè scioperavano continuamente, mostrando scarso patriottismo e nessuna dedizione al benessere comune; e soprattutto gli ebrei, visti come i padroni del mondo che banchettano con le loro libbre di carne cristiana. E questo non solo in Germania, sia ben inteso. Immaginate che sollievo dovevano provare i padroni del mondo, ebrei o meno che fossero, rispetto a questa lettura delle cose. Noi li riduciamo agli stracci con le nostre speculazioni, e quelli se la prendono con una confessione religiosa. E con i comunisti. L'ebreo che si frega le mani è una costante dell'iconografia antisemita (aridaje!), ma non ho dubbi che la fregatura di mani fosse un'usanza interconfessionale in quegli anni, tanto più che si preparava un'altra bella guerra; quella che avrebbe fatto uscire le potenze vincitrici da una lunghissima recessione. 

Per carità, il Bradipo non ha velleità di storiografo! Io rivendico con orgoglio la mia condizione di ignorante! Queste sono pillole, piccole nozioni accumulate in anni di esposizione a eresie varie, che ricerco con una certa costanza. C'è in me un bisogno, forse un po' infantile, di ricondurre tutto a principi universali e omnicomprensivi. L'antisemitismo, Hitler, Mussolini, lo sterminio dei palestinesi, l'Intifada; tutto mi pare riconducibile a un medesimo paradigma, a un sistema economico che ci impedisce di convivere in pace, senza sfruttare nessuno e senza essere sfruttati. La prossima volta che qualcuno esigerà  una libbra della vostra carne, dnon lasciatevi distrarre dalla foggia del suo copricapo e chiedetegli se può strapparvela senza versare una goccia del vostro sangue: è quello il punto.

lunedì 16 gennaio 2012

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro...

...dice l'articolo 1 della Costituzione, o almeno così mi pare. Costituzione che, alla luce della realtà in cui ci tocca vivere, si direbbe scritta a quattro mani da Salvador Dalì e Luis Bunuel, con la supervisione di Graham Chapman. La mia tastiera non è abilitata a produrre la "egne", nè la "i" con l'accento acuto, quindi non potete accusarmi di sciatteria grafica. Il mio spagnolo è almeno da DELE Basico (di nuovo, manca l'accento acuto), a differenza del mio inglese, che è come quello del partigiano Johnny, ovvero equipollente a quello di un fottutissimo lord. Proprio questa mia capacità, più non una ma DUE raccomandazioni, mi ha consentito di trovare una specie di lavoro in una specie di azienda, la quale mi corrisponderà una specie di stipendio quando colà dove si puote verrà ritenuto opportuno; questo sempre che mi venga proposto una specie di contratto in cui vengano specificate e stipulate una serie di condizioni che poi verranno sistematicamente ignorate e disattese, in nome della flessibilità e del profitto facile (non il mio).

"I decree today that life is simply taking and not giving, England is mine, it owes me a living" scriveva quel maledetto genio insano di Stephen Patrick Morrissey. Sostituite England con Italy e avrete il mio status esistenziale corrente. Se non capite cosa vuol dire, mi sa che non abbiamo niente da dirci; passi non conoscere bene l'inglese, ma Morrissey - soprattutto il periodo Smiths - è proprio la base. 
Temete adesso che voglia ammorbarvi con deliri adolescenziali sui mille disagi che costituiscono la mia vita interiore? Non preoccupatevi, ho già finito. Ma poichè proprio durante quella travagliata epoca della vita che è la prima giovinezza ho capito che tutto è politica, o perlomeno tutto ha una dimensione politica, vorrei riflettere insieme a voi, cari lettori del Bradipo, sulla discrasia fra Costituzione formale e Costituzione materiale.

Qualche mese fa ebbi, seduto a un tavolo di Gallo's, un'interessante scambio di vedute con una delle due persone che mi hanno agevolato nell'ottenere il lavoro di cui sopra. Costei, avendo ricevuto dalla vita il mixed blessing di fare l'avvocato in un paese incancrenito da corruzione e un approccio sbarazzino alla legalità, mi esponeva con impeccabile eloquio la distinzione fra verità storica e verità processuale. Io, avendo una cultura giuridica che non va oltre l'ordalia del fuoco, non proverò neanche a riprodurre quella dotta disquisizione. Del resto, si intuisce già dai termini usati quale sia la differenza fra le due verità. E come potrebbe risultare ostico il concetto a noi italiani, che abbiamo sempre avuto due verità per tutto? Una ovvia, quella dettata dal buonsenso, l'altra dettata dal potere, e pertanto vincente in partenza. 
Un anarchico vola dalla finestra della questura? Si è suicidato. Un imprenditore mette insieme una fortuna spropositata, senza essere in grado di dar conto della propria rapidissima e apparentemente troppo facile ascesa? Sono i comunisti ad essere invidiosi e pieni d'odio. Periodicamente qualche individuo particolarmente immune al senso di vergogna prova addirittura a convincerci che la mafia non esiste. Evidentemente, allora, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Siani e tutti gli altri che sarebbe troppo lungo elencare e che normalmente vengono considerati vittime della mafia (o camorra o 'ndrangheta, a seconda della regione) devono essere stati ammazzati dal simpatico ma dispettoso monaciello, o meglio da una versione ultra-incazzata e Charles Bronsoniana dello spiritello in questione.

Il monaciello. Di regola mite e simpaticamente discolo, in seguito all'abuso 
di droghe o film di Charles Bronson può diventare estremamente violento.

E ci si abitua. Ci si adatta. Si smette di resistere, perchè si crede che sia inutile. Si accetta il "male minore", si accettano mille forme di compromesso, e si comincia a pensare che la Storia sia e non possa essere altro che un fiume in piena, da navigare come si può, badando più che altro a non naufragare. Cambiarne il corso, nel clima culturale che si è venuto a creare in questo paese, sembra una pretesa assurda. Questo, con buona pace  di quei milioni di persone che, dall'Illuminismo alla Resistenza, si sono battuti qui e nel resto del nostro continente per darci non già la democrazia (per quella c'è ancora una Salerno-Reggio Calabria da percorrere), ma perlomeno la possibilità di aspirare ad essa. Libertà, uguaglianza, giustizia, non sono slogan di Oliviero Toscani per vendere i maglioni o i preservativi; sono contenuti della vita di ognuno di noi, e della nostra interazione sociale. Sono oggetto di conquista, non di concessione. Basta adattarsi. Basta accettare compromessi dai quali non guadagniamo niente. Basta accettare verità alternative. Il processo alle classi dirigenti di questo paese non può che essere sommario, e la verità che ne emerge è una e semplice: fanno schifo. Ma se aspettiamo che se le porti via la corrente, stiamo freschi: in quel fiume che trascina noi alla deriva loro ci hanno calato l'ancora.

Un Clint Eastwood d'annata ci consiglia come rapportarci alla classe dirigente italiana.